Un dato interessante, quest’ultimo, che emerge dalla seconda wave dell’Osservatorio Look to the Future 2026 presentato da Athora Italia in collaborazione con Nomisma, società indipendente che realizza studi settoriali, ricerche economiche e attività di intelligence di mercato.
In un precedente articolo, sempre a partire da questa wave di ricerca, abbiamo parlato della capacità e dei comportamenti di risparmio degli italiani evidenziando come il risparmio sia sempre più spesso una forma di gestione dell’emergenza più che uno strumento di progettualità. In questo articolo, invece, ci concentreremo sui comportamenti di investimento. Quali sono le motivazioni che guidano le scelte degli italiani? E quali fattori ostacolano il passaggio dalla liquidità alla pianificazione di lungo periodo? Scopriamolo insieme.
La liquidità come forma di sicurezza e controllo
La scelta di mantenere il denaro in forma liquida è ancorata a motivazioni precise. Per il 53% dei risparmiatori rappresenta soprattutto una garanzia di disponibilità immediata in caso di necessità, per il 30% è sinonimo di maggiore controllo, mentre per il 25% di sicurezza. La logica sottostante è chiara: ciò che è subito disponibile rappresenta anche ciò che rassicura di più. Ma questa sicurezza ha un prezzo implicito, soprattutto quando la liquidità diventa una condizione permanente e non una fase transitoria della gestione finanziaria.
Come osserva Claudio Grossi, partner di Progetica, società indipendente di consulenza specializzata in educazione finanziaria, “Molte famiglie hanno risparmi da parte, ma la maggioranza di chi li possiede li lascia interamente in liquidità. Il conto corrente è percepito come disponibilità immediata, sicurezza e prudenza; l’investimento, invece, viene associato anzitutto al rendimento e al rischio di perdita del capitale, e solo dopo alla pianificazione”.
Grossi continua spiegando come qui si veda il peso del senso comune, da non confondere con il buon senso: “La liquidità rassicura perché è visibile, accessibile, apparentemente controllabile. Tuttavia, quando diventa eccessiva e permanente, smette di essere solo prudenza e può trasformarsi in rinuncia silenziosa: rinuncia alla protezione dall’inflazione, alla crescita del patrimonio, alla costruzione di rendite e alla preparazione della vecchiaia”.
Investire viene visto soprattutto come una forma di protezione
Un dato che emerge dall’Osservatorio è che l’investimento viene interpretato in chiave difensiva. Le motivazioni principali di chi investe, infatti, riguardano primariamente la protezione dall’inflazione (54%), contro la possibilità di far crescere il proprio patrimonio (53%), la costruzione di una sicurezza per la vecchiaia (52%) e l’opportunità di generare reddito o rendite (52%). L’investimento non è ancora pienamente associato alla pianificazione del futuro, ma alla gestione delle incertezze legate al presente e all’obiettivo di proteggersi dai rischi della vita.
Il bisogno di controllo prima del rendimento
Quando si passa dalle intenzioni alle scelte d’investimento, emerge un altro elemento: il bisogno di controllo. Le decisioni in merito, infatti, sono guidate soprattutto dalla valutazione del livello di rischio (47%), dal timore di perdita del capitale (36%) e dalla possibilità di disinvestire rapidamente (33%).
Il rendimento, dunque, non è il primo criterio. Prima ancora di “guadagnare di più”, prevale l’esigenza di non sentirsi vincolati dalle proprie scelte. Come sottolinea Grossi, “prima ancora del rendimento di medio-lungo periodo, emerge il bisogno di non sentirsi intrappolati. La flessibilità non è quindi un dettaglio tecnico, ma una condizione psicologica di accesso alla decisione”.
Questa impostazione emerge anche dalle preferenze espresse dagli investitori. L’84% ritiene più adeguati investimenti caratterizzati da un basso livello di rischio, mentre il 78% privilegia la diversificazione tra strumenti differenti. Solo una minoranza considera coerenti con i propri obiettivi strategie ad alto rischio e alto rendimento (16%) o investimenti concentrati su pochi titoli (22%). La ricerca, dunque, restituisce l’immagine di investitori orientati alla protezione del capitale e alla distribuzione del rischio, più che alla ricerca di performance elevate nel breve periodo.
I PAC, uno strumento per investire gradualmente
All’interno di questo equilibrio prudente, si intravedono alcuni segnali di evoluzione. Il 23% dei risparmiatori utilizza piani di accumulo (PAC), strumenti che permettono di costruire un capitale in modo graduale e diluito nel tempo, riducendo la percezione di rischio e rendendo più gestibile l’ingresso nei mercati. Per chi sceglie questa soluzione, l’obiettivo principale è proprio quello di accumulare capitale nel tempo (53%), ma il PAC viene utilizzato anche per creare un fondo di emergenza da cui attingere in caso di imprevisti (40%), integrare la pensione pubblica (35%), finanziare progetti di vita a breve e medio termine (24%), costruire un patrimonio da destinare ai figli e ai nipoti (22%).
Anche le modalità di utilizzo dei PAC confermano una logica di gradualità: oltre la metà di chi li usa effettua versamenti mensili (55%), spesso compresi tra 50 e 300 euro (lo dichiara il 25% di chi investe in PAC). Si tratta inoltre di uno strumento pensato in una prospettiva di continuità: il 76% degli utilizzatori ha attivato il proprio piano da meno di dieci anni, e la maggioranza degli italiani (l’84%) prevede di proseguire i versamenti per almeno altri cinque anni, confermando una propensione all’accumulo progressivo nel tempo.
Investitori prudenti, ma non passivi
Se la prudenza caratterizza il loro approccio agli investimenti, ciò non significa che gli italiani deleghino completamente le proprie scelte. L’Osservatorio mostra infatti una crescente attenzione alla raccolta di informazioni e alla valutazione delle alternative disponibili.
In questo percorso, il ruolo della consulenza resta centrale. Consulenti finanziari e banche continuano a rappresentare i principali punti di riferimento nelle decisioni di investimento, soprattutto per chi già investe. Accanto ai canali tradizionali, però, continua ad avere un peso significativo anche il confronto con familiari e amici, che restano i riferimenti più ascoltati da chi sta valutando di iniziare a investire. Emergono inoltre nuovi strumenti digitali: il 7% di chi investe utilizza già l’intelligenza artificiale come supporto, una quota che sale al 23% tra chi sta pensando di entrare nel mondo degli investimenti.
Questa propensione a informarsi si riflette anche sul modo in cui vengono valutate le diverse opportunità. Il 55% degli investitori dichiara di confrontare prodotti differenti prima di selezionare la soluzione più adatta ai propri obiettivi, mentre il 62% verifica attentamente aspetti come costi, rischi, benefici fiscali, flessibilità e possibilità di accesso al capitale. Solo una minoranza (38%) ammette di affidarsi completamente ai consigli del consulente senza approfondire personalmente le caratteristiche dei prodotti.
Come viene percepita la documentazione contrattuale
L’attenzione verso gli aspetti informativi emerge anche dal rapporto con la documentazione precontrattuale. Se l’82% degli investitori dichiara di aver ricevuto la documentazione relativa ai prodotti sottoscritti, il 58% ammette di averla effettivamente letta. Tra chi la conosce, il 27% la considera complessa da comprendere e il 25% eccessiva, segnalando come la semplificazione del linguaggio finanziario rappresenti ancora una sfida importante.
Dal risparmio alla pianificazione del futuro: il ruolo delle polizze vita a contenuto finanziario
La ricerca mette in luce anche come l’attenzione si stia progressivamente spostando verso soluzioni che integrano investimento e protezione. Tra chi conosce le polizze vita a contenuto finanziario, quasi una persona su due mostra interesse per coperture legate alla non autosufficienza (48%), mentre il 41% apprezza la presenza di servizi di pianificazione pensionistica e successoria. Un interesse analogo emerge per i servizi sanitari integrativi (41%). Più che il solo rendimento, gli investitori sembrano quindi attribuire crescente valore alla presenza di servizi e tutele in grado di accompagnare la gestione del patrimonio lungo le diverse fasi della vita.
Come osserva Claudio Grossi, “Il dato suggerisce una distanza ancora da colmare. Da un lato, chi è prossimo all’investimento fatica a riconoscere nelle polizze vita a contenuto finanziario uno strumento adeguato ai propri obiettivi; dall’altro, chi non investe tende a percepire gli strumenti finanziari come poco accessibili e a vedere nella liquidità una forma di maggiore controllo. È proprio qui che si apre uno spazio importante per il mercato: non solo spiegare meglio i prodotti, ma chiarire la funzione che possono svolgere nella gestione del capitale, tra protezione, flessibilità e costruzione di obiettivi futuri”.
Quali ostacoli rendono difficile passare dal risparmio all’investimento?
Accanto alla preferenza per la liquidità, emergono barriere legate alla dimensione informativa e decisionale. Il 24% di chi non investe segnala difficoltà nel comprendere i prodotti di investimento, mentre il 21% non sa quali strumenti siano più adatti ai propri obiettivi. Il 12% non ha chiari i vantaggi dell’investimento e una quota minore (8%) non sa quali caratteristiche considerare nella scelta dei prodotti finanziari. Questi elementi di resistenza si riflettono nei comportamenti: negli ultimi 3-4 anni, il 39% non ha mai valutato di investire il proprio capitale, mentre il 37% lo ha fatto senza approfondire attraverso informazioni specifiche. Solo il 24% ha intrapreso un percorso di valutazione più strutturato.
Il risultato è una propensione ancora debole anche sul breve periodo: il 31% non ritiene probabile investire nei prossimi 12 mesi, il 36% considera questa possibilità limitata e il 28% si dichiara neutrale. Solo il 4% indica un’alta probabilità di investimento.
Dalla prudenza alla pianificazione
Come conclude Claudio Grossi, “Per la rete assicurativa si apre quindi un’opportunità importante: non limitarsi a spiegare meglio il prodotto, ma ampliare la conversazione con il cliente. Il vero passaggio non è convincere i risparmiatori a investire di più, ma aiutarli a trasformare il risparmio da difesa del presente a trampolino per un futuro di benessere”.
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