Essere consapevoli dell’esistenza e delle ragioni di questo gap pensionistico è fondamentale per pianificare il futuro con maggiore chiarezza e affrontare le scelte previdenziali in modo più consapevole.
In questo articolo vedremo perché le donne hanno spesso pensioni più basse e quali soluzioni possono contribuire a ridurre questa forbice, rafforzando la tutela previdenziale.
Perché le pensioni delle donne sono mediamente più basse rispetto a quelle degli uomini?
Il divario pensionistico femminile è il risultato di una disuguaglianza che spesso si sviluppa nel corso della vita lavorativa e che diventa più evidente al termine della carriera. È quanto emerge, ad esempio, dal Rendiconto di Genere 2025 di INPS/CIV, che evidenzia un divario contributivo ancora molto ampio.
Alla base di questa situazione si intrecciano spesso diversi fattori che, nel tempo, tendono a sommarsi e a incidere in modo significativo sul montante contributivo e sull’importo della pensione. Tra i principali troviamo:
- Carriere discontinue: in molti casi sono dovute alla necessità di interrompere o ridurre l’attività lavorativa per prendersi cura di figli, genitori anziani o familiari non autosufficienti. Questo fattore ha effetti diretti sui contributi versati.
- Lavoro part-time: in diversi casi diventa una soluzione obbligata per conciliare vita professionale e familiare.
- Gender pay gap: a parità di mansioni, in diversi settori le donne percepiscono retribuzioni più basse. Questo può avere conseguenze sia sui contributi sia sull’assegno futuro.
Il divario pensionistico si è ampliato anche con il passaggio al sistema contributivo, che penalizza maggiormente carriere discontinue, part-time e redditi più bassi. Incidono inoltre i coefficienti di trasformazione, che a parità di contributi possono ridurre leggermente l’assegno mensile in presenza di una maggiore aspettativa di vita.
Come colmare il gap contributivo per la pensione delle donne
Ridurre queste disuguaglianze richiede probabilmente interventi a più livelli, a partire dal mercato del lavoro, favorendo una maggiore partecipazione femminile e rafforzando la continuità delle carriere, così da garantire reali opportunità di stabilità e crescita professionale.
Un ruolo decisivo è giocato anche dall’equilibrio tra vita privata e lavorativa, direzione in cui si inseriscono strumenti come la condivisione dei congedi parentali tra madri e padri, ma anche il potenziamento dei servizi per l’infanzia e per l’assistenza alle persone non autosufficienti.
Accanto a questi interventi di carattere strutturale, però, assume sempre più importanza anche la pianificazione individuale, che riguarda le scelte che ciascuno di noi può fare per costruire un’integrazione della pensione pubblica attraverso strumenti di previdenza complementare, di cui parleremo fra poco.
Com’è possibile aumentare i contributi per ottenere una pensione più alta?
In questo scenario, esistono alcuni strumenti che possono aiutare a rafforzare la propria posizione previdenziale. Tra questi, il riscatto della laurea consente di trasformare gli anni di studio in contributi utili ai fini pensionistici. In pratica può servire sia ad anticipare l’uscita dal lavoro, sia ad aumentare l’importo dell’assegno pensionistico, a seconda della posizione contributiva individuale. Può essere richiesta anche da chi è inoccupato, non è mai stato iscritto a una forma di previdenza obbligatoria e non ha ancora iniziato a lavorare, in Italia o all’estero.
Un’ulteriore possibilità riguarda l’accredito dei contributi figurativi per i periodi di congedo di maternità fruiti al di fuori di un rapporto di lavoro. Si tratta di una misura rivolta alle lavoratrici madri iscritte al Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti (FPLD) o a forme di previdenza sostitutive ed esclusive dell’Assicurazione Generale Obbligatoria (AGO) con almeno cinque anni di contributi versati durante l’attività lavorativa e che, in specifiche condizioni previste dalla legge, può essere riconosciuta anche ai padri lavoratori.
Esistono anche i contributi figurativi per assistenza a un familiare disabile (Legge 104), riservati a lavoratori FPLD/AGO che fruiscono di permessi mensili o congedo straordinario retribuiti. Resta inoltre la possibilità di procedere al versamento di contributi volontari per la copertura di periodi non lavorati.
È il Piano Pensionistico Individuale (PIP) che ti consente di costruire una rendita complementare, con versamenti liberi e flessibili investiti nella Gestione Separata e/o nei Fondi Interni, per valorizzare nel tempo i tuoi contributi.
Quali alternative esistono nel 2026 dopo la fine di Opzione Donna?
Per anni Opzione Donna ha rappresentato una delle principali possibilità di pensionamento anticipato, ma con la Legge di Bilancio 2026 la misura è stata definitivamente abolita. Introdotta in via sperimentale nel 2004, è stata progressivamente ridimensionata e, per molte lavoratrici, ha comunque costituito una possibilità di pensionamento anticipato, seppur non sempre conveniente a causa della riduzione dell’assegno pensionistico nel corso del tempo.
Nel sistema pensionistico attuale le alternative a Opzione Donna risultano limitate. La principale è la pensione anticipata ordinaria, che si basa esclusivamente sui contributi versati: per le donne sono richiesti 41 anni e 10 mesi, un requisito spesso difficile da raggiungere in presenza di carriere discontinue o periodi di lavoro part-time.
Un’ulteriore possibilità è l’APE sociale, un sostegno economico temporaneo fino alla pensione di vecchiaia. È destinata a categorie specifiche, come caregiver, persone con invalidità, disoccupati che hanno perso involontariamente il lavoro e lavoratori impiegati in mansioni gravose. Generalmente, tra i requisiti previsti vi sono un’età minima di 63 anni e 5 mesi e almeno 30 anni di contributi. Per i lavoratori impiegati in attività gravose, il requisito contributivo sale a 36 anni, ridotti a 32 per alcune categorie specifiche. Per le donne è inoltre prevista una riduzione del requisito contributivo pari a 12 mesi per ogni figlio, fino a un massimo di due anni, ai fini del riconoscimento dell’indennità.
Come la previdenza complementare può aiutare a ridurre il gap pensionistico
Come anticipato, la previdenza complementare può svolgere un ruolo importante per ridurre il gap pensionistico. Si tratta di una modalità volontaria di risparmio finalizzata alla pensione, che si affianca al sistema previdenziale obbligatorio. Lo scopo è integrare l’assegno pubblico e diminuire il divario tra il reddito percepito durante la vita lavorativa e quello disponibile al momento del pensionamento.
I principali strumenti di integrazione pensionistica possibili oggi sono:
- fondi pensione: raccolgono i contributi versati dall’aderente e li investono in strumenti finanziari (azioni, obbligazioni) con l’obiettivo di far crescere il capitale nel tempo;
- PIP (Piani Individuali Pensionistici): si tratta di prodotti assicurativi con finalità previdenziale che consentono di costruire un capitale o una rendita in maniera personalizzata. Può sottoscriverli chiunque, a prescindere dalla situazione lavorativa.
Entrambi, pur avendo modalità di adesione e gestione differenti, consentono di costruire una rendita integrativa da affiancare alla pensione pubblica. Per questo, rappresentano due opzioni da valutare se si desidera pianificare un futuro finanziario più solido e sereno.
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